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Contratti a termine, meglio agire sulle proroghe che sulle causali

Contratti a termine, meglio agire sulle proroghe che sulle causali

Il dibattito sui contratti a termine si ripete ad ogni nuova pubblicazione di dati sui nuovi contratti da parte di Inps o sul numero degli occupati da parte di Istat. Ma un punto fondamentale non stato abbastanza sottolineato: il problema non riguarda tanto l’incidenza dei contratti a termine nell’occupazione quanto piuttosto la lunghezza delle transizioni da un contratto a tempo determinato ad uno a tempo indeterminato. In altre parole il problema non quante persone sono in un contratto a tempo determinato in un dato momento, ma quanto ciascuna persona rimane occupato in un contratto a termine.

L’Italia si distingue dalla media Europea non tanto per l’incidenza dei contratti a termine (il 15% comunque ormai sopra la media se si tiene conto anche della diffusione dei contratti a termine nel settore pubblico) quanto per la lunghezza delle transizioni cio per il periodo in cui mediamente una persona rimane in contratti a termine che in Italia maggiore che negli altri paesi europei (solo il 20% dei lavoratori a termine viene stabilizzato da un anno all’altro in Italia). Lo era prima del Jobs Act ed tornato ad esserlo oggi (il tasso di transizione diventato pi favorevole ma solo nel 2015 quando ci sono state tante trasformazioni).

Vi sono tre modi per porre dei limiti ai contratti a termine: contenere le proroghe e ridurre la durata massima dei contratti, aumentare i costi del tempo determinato rispetto al tempo indeterminato e rimettere le causali. Tralascerei la possibilit di reintrodurre la causale per i contratti a termine perch la sua abolizione ha determinato il risultato molto positivo del crollo del contenzioso giudiziario. Le causali sono state sostituite opportunamente da limiti quantitativi per i contratti a termine del 20% della forza lavoro. Se il problema la lunghezza delle transizioni sembra opportuno ridurre la durata massima dei contratti o il numero di proroghe e allinearci agli altri paesi europei dove la durata massima di un contratto a termine 24 mesi (e non 36) e il numero delle proroghe 2 o 3 (e non 5 come da noi). L’alternativa di agire sui costi avrebbe lo svantaggio di colpire anche quei contratti molto brevi, che sono perlopi veri contratti a termine (oggi spesso in sostituzione dei voucher), e non contratti a termine ripetuti che invece nascondono un contratto fisso. A questo riguardo lo studio di Bruno Anastasia di Veneto Lavoro mostra che un terzo delle unit di lavoro effettivo in Veneto nasconderebbe posti fissi (sono contratti a termine sempre rinnovati in una stessa azienda). Una riduzione della durata massima e/o delle proroghe eviterebbe i contratti a termine pi lunghi o reiterati per un periodo lungo di tempo e poi magari ripetuti anche dopo i 3 anni.

Oggi con la somministrazione e il cambiamento delle mansioni a volte si aggirano i limiti dei 36 mesi. Sarebbe opportuna una stretta che dicesse: massimo 24 mesi nella stessa impresa come somma di termine e somministrazione.

La limitazione dei contratti a termine un naturale complemento del Jobs Act. L’intento del Jobs Act non era quello di prevedere contratti a tempo indeterminato per il primo impiego quanto quello di accelerare le stabilizzazioni. Questo obiettivo stato raggiunto solo per un breve periodo di tempo ma ora che l’emergenza occupazione finita necessario rimetterci in linea con gli standard europei anche considerando che la liberalizzazione del contratto a termine ha prodotto la “fiammata iniziale” dell’aumento dell’occupazione. Ora occorre agire sulla qualit del lavoro e insistere sul contratto a tempo indeterminato.

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Fonte: ilSole24ore