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Dalla nuova class action rischi di speculazioni e aumento delle liti

Dalla nuova class action rischi di speculazioni e aumento delle liti

La nuova forma data alla class action dal Parlamento, se da una parte risponde alla meritevole esigenza di dotare di efficaci
mezzi di tutela giudiziaria gruppi di cittadini che condividano un medesimo interesse, dall’altra presenta pi di un profilo
di criticit.


Innanzitutto sulla estensione soggettiva ed oggettiva dell’azione: si elimina ogni riferimento alla nozione di consumatori
e utenti (nozione che peraltro stata sinora interpretata in modo restrittivo dalla giurisprudenza), per introdurre una tutela
risarcitoria e restitutoria per tutti i portatori di diritti individuali omogenei; si estende poi la tutela alle ipotesi
di responsabilit extracontrattuale, oggi limitate alle sole pratiche commerciali scorrette e comportamenti anticoncorrenziali.

Soprattutto, con riferimento a quest’ultimo aspetto, preoccupa il potenziale effetto moltiplicatore delle controversie, rafforzato
dal pi limitato onere della prova che resta a connotare tale tipo di azioni (sia pure nella specialit della nuova normativa
in materia di prova che pur appare opinabile, per esempio sotto il profilo della discovery delle prove rilevanti ai fini della domanda); ma mette in dubbio anche l’efficacia dell’azione, concentrando in un unico
giudizio le pi varie domande che, svincolate da un riferimento contrattuale, pur se relative a interessi omogenei, esigerebbero
scrutinii maggiormente personalizzati.

Un altro rilevante profilo di criticit riguarda l’adesione all’azione, che pu avvenire anche nella fase successiva alla
sentenza che definisce il giudizio. La riforma, pur non recependo esattamente l’istituto dell’opt-out di matrice statunitense (per cui i soggetti che possiedono i requisiti indicati dalla corte nell’udienza preliminare di filtro
entrano di diritto a far parte della classe, a meno che non decidano di rimanere fuori dalla causa), sovverte in un certo
senso i princpi processuali, con la possibilit di far esaminare la singola domanda dopo che l’accertamento della condotta
illecita in generale stato compiuto dal giudice. E finisce con lo sposare, con effetti per il responsabile ancor pi pesanti
(e ingestibili per le imprese), una filosofia di stampo punitivo.


E proprio un principio di danno punitivo (che in senso stretto comporterebbe una condanna del resistente proporzionata al
fatturato e all’utile conseguito) pu essere ravvisato nella norma che disciplina il compenso derivante dalla quota lite.
Cio una somma che l’impresa deve corrispondere non solo al rappresentante comune degli aderenti ma anche al difensore del
ricorrente. Si tratta di un compenso ulteriore rispetto alla somma che il resistente dovr pagare a ciascun aderente come
risarcimento, in percentuale dell’importo complessivo della condanna, calcolata in base ad una serie di variabili. Anche queste
ultime disposizioni espongono l’azione a rischi applicativi, di portata macroeconomica, con possibili derive di natura speculativa
e di volano al contenzioso, in un Paese dove la prospettiva da favorire dovrebbe invece essere quella della deflazione del
contenzioso.

Infine, l’assenza di rimedi speciali efficaci e celeri per ristorare eventuali danni di immagine cagionati all’impresa resistente,
verosimili soprattutto in caso di diffusione mediatica dell’esperimento dell’azione.

© Riproduzione riservata

Fonte: ilSole24ore