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Foodora, accolto l’appello dei cinque rider: sono dipendenti dell’azienda

Foodora, accolto l’appello dei cinque rider: sono dipendenti dell’azienda

La corte d’Appello di Torino ha accolto «per una parte sostanziale» il ricorso di cinque ex rider di Foodora, la piattaforma
di consegne a domicilio controllata dalla tedesca Delivery Hero. I fattorini chiedevano il riconoscimento della subordinazione
del rapporto di lavoro, dopo che le istanze erano state respinte «integralmente» in primo grado. I giudici hanno sancito
il diritto dei ricorrenti ad avere una somma calcolata sulla retribuzione stabilita per dipendenti del contratto collettivo
logistica-trasporto merci. «Non possiamo non dirci soddisfatti – ha commentato Silvia Druetta, uno dei legali degli ex fattorini
di Fodoora – la sentenza dimostra che non eravamo dei pazzi quando affermavamo che queste persone avevano dei diritti». La
sentenza crea un nuovo precedente nel dibattito sull’inquadramento contrattuale della cosiddetta gig economy, l’economia dei
lavoretti (gig) svolti attraverso piattaforme digitali. Il primo verdetto del tribunale torinese aveva segnato un punto a favore delle aziende,
da sempre trincerate sulla difesa della «flessibilità» che sarebbe garantita ai fattorini. La decisione di oggi ribalta l’interpretazione,
favorendo gli eventuali ricorrenti in Italia. A dicembre 2018 è arrivato un verdetto simile dal Fair Work commission, il tribunale australiano che si occupa dei rapporti di lavoro, in merito a un corriere che chiedeva lo status di lavoratore
dipendente.


Il legale: flessibili sulla carta, pieni di obblighi nella realtà
A giocare a favore dei fattorini sono le condizioni di lavoro imposte dalla piattaforma, nella cosiddetta «zona grigia» che
avvolge la giurisprudenza della gig economy. In teoria il lavoro dovrebbe essere svolto in maniera occasionale e senza obblighi
di alcuna natura. Nei fatti, diverse piattaforme esercitano qualche forma di pressing sui propri “collaboratori” per ottenere
il maggior numero di servizi possibili. Esempi già citati dal Sole 24 Ore includono l’assegnazione di punteggi attribuiti
ai rider a seconda delle ore di disponibilità o messaggi di sollecito ai fattorini in ritardo sui tempi di consegna. «Questa
azienda – ha detto in aula uno dei loro legali, l’avvocato Sergio Bonetto – è riuscita nell’impresa di costruire un meccanismo
tale per cui questi fattorini venivano pagati meno di quello che, all’epoca, era la metà del corrispettivo di un voucher per
lavoro occasionale. Una miseria». «Sulla carta – ha aggiunto – la gestione dei collaboratori da parte di Foodora era leggerissima
e deregolata. Nella pratica era piena di obblighi». All’estremo opposto, per ovvie ragioni, il parere dei legali dell’azienda:
«Si trattava di prestazioni a intermittenza che non possono essere ricondotte nella disciplina del lavoro subordinato. In
azienda, peraltro, operavano dei fattorini impiegati in questa forma; e ad alcuni dei ricorrenti erano stati proposti dei
contratti analoghi».

© Riproduzione riservata

Fonte: ilSole24ore