Maltrattamenti su figlia troppo moderna, no all’assoluzione

Maltrattamenti su figlia troppo moderna, no all’assoluzione

Cassazione

di Patrizia Maciocchi

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(Adobe Stock)

2′ di lettura

Nessun giudice può far rientrare nell’intento educativo, anche se distorto, i maltrattamenti nei confronti della figlia considerata troppo moderna rispetto alla cultura paterna. La Cassazione annulla così il verdetto con il quale la Corte d’Appello aveva assolto dal reato di maltrattamenti e lesioni un genitore 50enne senegalese che, con pugni e cinghia, oltre che con gli insulti, intendeva “raddrizzare” la figlia che si truccava e portava ragazzi in casa. Secondo i giudici di appello, che lo avevano assolto perché il fatto non sussiste, l’imputato non voleva umiliare o annientare la figlia 15 enne all’epoca dei fatti, ma esprimere il suo disagio per atteggiamenti non in linea con la sua cultura. La figlia a detta del genitore era «attratta da figure di riferimento ostili a quella paterna propense a offrirle maggiori spazi di libertà». Le azioni contestate erano state commesse in momenti di particolare tensione e di litigio, a causa dell’ordine di non frequentare gli amici e per le trasgressioni della giovane che aveva portato a casa vestiti e trucchi rubati, e anche un ragazzo con il quale era stata sorpresa. Per la Corte d’Appello la vittima aveva un po’ ingigantito i fatti, anche rispetto ad un referto medico, nel quale si parlava di lesioni non visibili.

La minaccia del ritorno in Africa
La 15enne avrebbe forzato la mano perché sapeva di aver bisogno di un certificato per entrare in una comunità e sottrarsi così al padre, scongiurando il rischio di essere spedita in Africa. Un quadro che evidenziava, più che la violenza, una situazione familiare difficile e dolorosa che rendeva tutti “vittime” nell’ l’incapacità di fronteggiarla con serenità. La Suprema corte la vede diversamente a annulla l’assoluzione disponendo un nuovo processo per il padre padrone. Per la Cassazione i giudici di appello avevano valorizzato più le aggressioni verbali che quelle fisiche, pure riscontrate: pugni sul corpo e uso della cinghia. La vicenda è stata ridimensionata e alleggerita considerando i fatti come eccesso educativo per escluderne la punibilità.

L’uso della violenza
Ma è stato un errore. L’uso sistematico della violenza, sia fisica sia morale, da parte del genitore, anche se sorretto da finalità “educativa” non può mai essere considerato un abuso di mezzi di correzione, ma fa scattare sempre il reato di maltrattamenti in famiglia. Né le aggressioni si possono giustificare con la cultura paterna. Anche il sospetto che la ragazza avesse gonfiato i fatti per essere allontanata da casa non si concilia con le confidenze che lei stessa aveva fatto negli anni, considerate credibili dal tribunale. Male interpretato dalla Corte d’Appello, infine, il ritorno a casa della giovane dopo uno dei fatti contestati, che i giudici avevano letto come affetto nei confronti del padre e di inattendibilità delle dichiarazione della ragazzi. Per la Cassazione nessun valore di prova: il tentativo della vittima di riallacciare i rapporti familiari con l’autore dei fatti illeciti è tipico di questi reati. E l’intento della giovane di entrare in comunità non può essere considerato strumentale: non si trattava del desiderio di andare in un luogo di svago.

Fonte: ilSole24ore



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