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Niente foglio di via all’abusivo «insistente»: non c’è reato

Niente foglio di via all’abusivo «insistente»: non c’è reato

Il facchino abusivo che gira per la stazione in cerca di clienti ai quali pretende di portare le valigie con modalità “insistenti” non commette un reato. E non può dunque essere considerato socialmente pericoloso, al punto da imporgli, una misura di prevenzione prevista dal Codice antimafia, come il foglio di via e il divieto di fare ritorno per tre anni. La Corte di cassazione (sentenza 11606) chiarisce, semmai ce ne fosse bisogno, il netto confine tra un’attività illecita e magari fastidiosa e un reato.

Una differenza che va a beneficio del ricorrente pugliese, che si vede annullare la sentenza, pronunciata con giudizio abbreviato, con la quale, il Tribunale prima e la Corte d’Appello di Busto Arsizio poi, lo avevano condannato per la violazione dell’ordine di rimpatrio con il quale il questore di Varese lo aveva “rispedito” a casa, intimandogli di non tornare per tre anni. La difesa si era giocata la carta dello stato di necessità: l’imputato era disoccupato e aveva appena avuto una figlia dalla sua compagna.

La Cassazione però mette a fuoco un altro aspetto: il provvedimento era eccesivo rispetto alle “colpe” dell’uomo. I giudici di merito avevano giustificato la misura ritenendo socialmente pericoloso il “carrellista” abusivo, in virtù di vecchi precedenti penali per reati contro il patrimonio, i cui effetti si erano estinti per l’esito positivo dell’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel mirino dei giudici era finita l’attività abusiva di facchinaggio svolta a Malpensa che, sommata all’assenza di un lavoro regolare, rendeva verosimile l’esistenza di un pericolo per la sicurezza pubblica.

Per la corte d’Appello, infatti, «l’aggirarsi per l’aeroporto alla ricerca di viaggiatori da circuire per portargli il carrello e farsi dare una mancia non dovuta» è un’attività quantomeno non corretta se non illecita che «pone in essere una specie di truffa». Diversa la conclusione della Cassazione che invita ad evitare pericolosi “soggettivismi” nell’interpretazione dei fatti.

Per giustificare i provvedimenti applicati non basta essere “fastidiosi”, bisogna essere dediti alla commissione di reati. E neppure ad un crimine qualunque ma ad uno che «offenda o metta in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica». Il tutto provato in sede processuale. L’insistenza non mette a rischio questi “beni protetti”, né si può concludere che, chi si trova in una condizione di marginalità sociale e lavorativa sia “destinato” comunque in futuro a delinquere.

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Fonte: ilSole24ore