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Niente risarcimento all’impresa colpita da interdittiva antimafia

Niente risarcimento all’impresa colpita da interdittiva antimafia

A un’impresa viene riconosciuto dai giudici un danno di 123mila euro, più interessi legali, per la mancata aggiudicazione di un appalto per i lavori di bonifica di un costone roccioso. Il comune di Torraca, in provincia di Salerno, è pronto a pagare, ma nel frattempo viene a conoscenza che la società (la Nabav) è stata raggiunta da un provvedimento interdittivo antimafia. Provvedimento emesso tempo prima, ma che la società aveva tenuto nascosto. Alla luce della novità, l’amministrazione comunale chiede di non pagare, decisione che l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha ritenuto fondata.

Il contenzioso

A giustificare la discesa in campo del massimo consesso della giustizia amministrativa è stato l’orientamento giurisprudenziale che nel frattempo si era formato. Nel 2016, infatti, la quinta sezione del Consiglio di Stato, di fronte alla richiesta di revocazione del risarcimento avanzata dal comune, l’aveva rifiutata perché l’interdittiva antimafia era arrivata dopo la formazione del giudicato sul rimborso del danno. Un titolo, dunque, «intangibile», che «in uno Stato di diritto non può essere più messo in discussione».

Gli atti alla Plenaria

Nonostante la sentenza del 2016, il comune di Torraca non aveva provveduto al risarcimento e, pertanto, la Nabav si è rivolta nuovamente ai giudici. La questione è arrivata ancora di fronte alla quinta sezione del Consiglio di Stato, con la società che pretendeva il risarcimento del danno e l’amministrazione comunale che ribadiva l’impossibilità di procedervi perché impedita dall’articolo 67 del Codice antimafia (il decreto legislativo 159 del 2011). La quinta sezione ha, dunque, sottoposto il caso all’Adunanza plenaria.

“No” al risarcimento

Per la Plenaria (sentenza 3/2018; relatore Forlenza) la norma del Codice deve essere intesa nel senso «di precludere all’imprenditore (persona fisica o giuridica) la titolarità della posizione soggettiva che lo renderebbe idoneo a ricevere somme dovutegli dalla pubblica amministrazione a titolo risarcitorio (…)» di un danno patito «in connessione all’attività d’impresa». La ratio della norma è, infatti, di «impedire ogni attribuzione patrimoniale da parte della pubblica amministrazione» a favore di imprese soggette a infiltrazioni criminali.

Stop ai rapporti con la Pa

Prima ancora i giudici avevano chiarito che l’interdittiva antimafia determina «una particolare forma di incapacità giuridica, e dunque la insuscettività del soggetto (persona fisica o giuridica) che di esso è destinatario ad essere titolare di quelle situazioni giuridiche soggettive (diritti soggettivi, interessi legittimi) che determinino (sul proprio cosiddetto lato esterno) rapporti giuridici con la pubblica amministrazione».

Il giudicato non basta

Proprio in forza di ciò, la questione della intangibilità del giudicato perde forza. Infatti, l’impossibilità di procedere al risarcimento «non consegue ad una “incisione” del giudicato, per così dire “sterilizzandone” gli effetti, bensì consegue alla incapacità del soggetto (che astrattamente sarebbe) titolare del diritto da esso nascente a percepire quanto spettantegli». In altri termini, l’imprenditore in odore di mafia non è idoneo a «essere titolare (ovvero a persistere nella titolarità) del diritto di credito».

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Fonte: ilSole24ore