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Omicidio stradale, il finto pentimento porta al massimo della pena anche con la vecchia legge

Omicidio stradale, il finto pentimento porta al massimo della pena anche con la vecchia legge

Anche prima dell’introduzione dell’omicidio stradale chi avesse causato un incidente mortale dopo aver assunto alcol o droga
poteva rischiare una pena tale da restare in carcere a lungo. Lo dimostra una recente decisione del Tribunale di Genova, la
3912, depositata il 28 gennaio.

Un automobilista – ubriaco, drogato e gi responsabile in passato di violazioni del Codice della strada – circolando a velocit
elevata in citt, perdeva il controllo della vettura e, senza essersi fermato al rosso, travolgeva alcuni contenitori per
la raccolta rifiuti e un pesante scaffale metallico; poi invadeva un marciapiede a cordolo rialzato, percorrendone circa 20
metri prima di investire mortalmente un pedone.

Nel corso del processo, l’automobilista aveva manifestato pentimento per quanto accaduto, spiegando di essere stato, all’epoca
dei fatti, alcolista, ma di avere poi compiuto con successo un percorso di disintossicazione. La difesa, inoltre, documentava
che gli eredi della vittima erano stati integralmente risarciti dall’assicurazione prima del processo.

Tuttavia, l’avvocato dei figli della vittima, Giuseppe Maria Gallo, aveva poi segnalato al giudice che sul profilo pubblico
dell’imputato su un social network c’erano varie foto in cui lo stesso era stato ritratto con boccali e bottiglie di birra.
Il che – a giudizio della parte – faceva dubitare della sincerit del pentimento manifestato.

Il giudice ha condannato l’imputato a otto anni e sei mesi di carcere, quando il minimo della pena previsto dall’allora vigente
articolo 589, comma 4, era tre anni: un aumento che rasentava il massimo edittale, ovvero dieci anni, determinato in virt
delle aggravanti contestate (abuso di alcol e droghe), che sono state ritenute prevalenti rispetto all’avvenuto risarcimento
del danno, che – secondo il giudice – non poteva essere ritenuto elemento positivo per l’imputato, dato che non era da lui
provenuto ma dalla compagnia assicurativa, obbligata per legge.

Al contrario, la gravit del fatto (la morte di un ignaro pedone che si trovava sul marciapiede una domenica mattina), la
condotta di guida sconsiderata dell’imputato (plurime violazione del Codice della strada, dall’abuso di alcol e droghe e dalla
messa in pericolo dell’incolumit di altri pedoni) e la sua persistente personalit negativa, desunta dalle foto pubblicate
sui social network e dal fatto che non aveva posto in essere alcuna iniziativa personale per dimostrare l’avvenuta resipiscenza
(come un versamento di somme in beneficienza o periodi di lavoro di pubblica utilit e volontariato), hanno convinto il tribunale
che egli non abbia realmente compreso l’enorme gravit del suo gesto e si sia davvero liberato dalla “schiavit” della alcoldipendenza.

In conseguenza dell’entit della pena inflitta, il giudice ha inoltre applicato all’imputato le sanzioni accessorie dell’interdizione
perpetua dai pubblici uffici e legale per la durata della pena, nonch la revoca della patente e la confisca dell’automobile.

© Riproduzione riservata

Fonte: ilSole24ore