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Pensioni, perché è sbagliato riproporre il sistema delle quote

Pensioni, perché è sbagliato riproporre il sistema delle quote

Una delle finalit ‘costituenti’ del sistema contributivo il pensionamento flessibile, cio la libert di scegliere l’et a cui andare in pensione. A parit di contributi versati, la maggior durata della prestazione spettante a chi sceglie di andare prima, compensata dalla riduzione del coefficiente di trasformazione. In tal modo, comunque garantita la ‘corrispettivit’, cio l’equivalenza fra la prestazione complessivamente goduta e la contribuzione complessivamante versata. In realt, la compensazione sarebbe perfetta se la longevit fosse costante. Nel qual caso, i coefficienti, bench calcolati sulla longevit osservata per le generazioni precedenti, ‘rifletterebbero’ anche quella futura delle generazioni cui sono applicati.

I fattori in gioco

La longevit crescente tende, invece, a generare coefficienti ‘obsoleti’, maggiori del dovuto. L’obsolescenza aumenta al diminuire dell’et, maggiormente favorendo chi va in pensione pi giovane. Le ragioni non sono banali ma le conseguenze si. La prima che occorre evitare discriminazioni eccessive limitando la flessibilit, cio evitando che l’intervallo delle et pensionabili sia ‘troppo ampio’. La seconda che l’et iniziale non pu essere ‘troppo giovane’.

L’intervallo di et

La ‘Legge Fornero’ soddisfece entrambe le esigenze individuando l’intervallo compreso fra il limite inferiore di 63 anni e quello superiore di 66, che nel 2019 saliranno, rispettivamente, a 64 e 67 per effetto dell’aggancio alla speranza di vita. L’intervallo fu riservato ai lavoratori destinatari di pensioni interamente contributive, che hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, mentre agli altri, ormai tutti destinatari di pensioni ‘miste’, fu imposta un’et pensionabile secca di 66 anni, in procinto di salire a 67 nel 2019.

Nell’ancor lunga fase transitoria, si profilano, quindi, discriminazioni insostenibili. Quando potr andare in pensione a 64 anni chi ha cominciato a lavorare nel gennaio del 1996, a chi ha cominciato il mese prima sar difficile spiegare che deve aspettarne 67.Pur non essendo ancora definito, il programma del nuovo governo sembra volere la fine della ‘dicotomia’.

Quote vs. contributivo

La nuova ‘regola unica’ sarebbe per fondata su un istituto gi sperimentato, le cosiddette ‘quote’, del tutto estraneo alla logica contributiva. In alternativa, a tutti i lavoratori potrebbe essere esteso il diritto di andare in pensione fra 64 anni e 67. La maggior durata delle pensioni miste liquidate a meno di 67 anni, sarebbe automaticamente compensata, per la componente contributiva, dalla riduzione del coefficiente di trasformazione. La componente retributiva andrebbe invece assoggettata a un correttivo che, in passato, proposi di ‘mutuare’ da quella contributiva. Ad esempio, per chi vuole andare in pensione a 64 anni, la componente retributiva dovrebbe essere decurtata dello scarto percentuale fra il coefficiente di quell’et e il coefficiente dei 67 anni. Nel medio termine, occorrerebbe rinunciare a buona parte dei risparmi di spesa generati dalla Legge Fornero, che tuttavia sarebbero recuperati nel lungo.

“Il sistema contributivo garantisce la ‘corrispettivit’, cio l’equivalenza fra la prestazione complessivamente goduta e la contribuzione complessivamante versata”

 

La “durata” delle prestazioni
L’argomento potrebbe trovare udienza in sede europea spiegando che l’attuale dicotomia ‘a rischio di tenuta’. Resta l’annoso problema della pensione d’anzianit, a cui nel 2019 gli uomini potranno accedere dopo aver contribuito per 43 e 3 mesi e le donne per 42 e 3 mesi. Pur trascurando l’aggravante del ‘lavoro precoce’, tenuto conto dell’obbligo scolastico di 15 anni, alla pensione d’anzianit si potr quindi accedere appena superati 57 o 58 anni, a seconda del genere.

;ediamente, un uomo di 58 anni ne vive altri 25 e lascia un coniuge pi giovane di 5 anni che sopravvive per 12. Perci la durata complessiva della prestazione pensionistica pu essere stimata, in base alle attuali tavole di sopravvivenza, in 37 anni. Aggiungendo la crescita che la longevit subir nel frattempo, la prestazione potr infine durare quasi quanto la contribuzione.

L’equilibrio contributi/prestazioni

Tuttavia, la seconda il 33% del salario, mentre la prima, in base al calcolo retributivo, l’80%, suscettibile di diventare il 48% per il superstite. Pur trascurando dettagli importanti, questi semplici dati bastano a evidenziare insostenibilit e privilegio. Ci nonostante, il Governo vuole abbassare il requisito contributivo a 41 anni indistinti per genere.In verit, sarebbe quantomeno necessario assoggettare la componente retributiva della pensione d’anzianit alla stessa correzione che, nella proposta dello scrivente, opera su quella della pensione di vecchiaia. Varrebbe anche la pena di riflettere su un istituto tipicamente italiano, che l’obsolescenza dei coefficienti manterr iniquo e costoso anche quando il sistema contributivo sar a regime.
(*) Professore di Economia politica presso l’Universit La Sapienza
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Fonte: ilSole24ore