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Reddito di cittadinanza, discriminante la residenza da 10 anni

Reddito di cittadinanza, discriminante la residenza da 10 anni

L’articolo 2 del Dl 4/19, convertito con legge 26/19, individua i beneficiari del reddito di cittadinanza (Rdc) sulla base
di tre requisiti, dei quali il primo consta in realt di due distinti requisiti attinenti, l’uno, alla cittadinanza del componente
(del nucleo familiare) richiedente il beneficio e l’altro, alla durata della sua residenza in Italia.

Per quanto riguarda il requisito della cittadinanza, oltre agli italiani, possono richiedere il Rdc i cittadini di uno Stato
Ue, compresi i loro familiari, e i cittadini di Paesi terzi in possesso di un permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di
lungo periodo disciplinato dalla direttiva Ue 2003/109. I due requisiti sono cumulativi e pertanto si applica a tutti i richiedenti
il Rdc anche una condizione di residenza in Italia da almeno dieci anni…di cui gli ultimi due anni in modo continuativo.
Questa condizione appare tuttavia in radicale contrasto sia con varie norme Ue sia con la giurisprudenza della Corte di giustizia
Ue.

Le norme Ue violate sono, in primis, gli articoli 18 e 45 del Trattato Ue, in particolare l’articolo 7, paragrafo 2, del regolamento
Ue 492/11 relativo alla libera circolazione dei lavoratori, che impone la parit di trattamento in materia di vantaggi sociali
fra lavoratori nazionali e di altri Stati membri. Nella sua costante giurisprudenza, la Corte Ue ha invece equiparato una
discriminazione indiretta fondata sulla residenza a una diretta fondata sulla nazionalit, con questo ragionamento: una
normativa nazionale la quale preveda una distinzione basata sulla residenza rischia di operare principalmente a danno dei
cittadini degli altri Stati membri. Infatti il pi delle volte i non residenti sono cittadini di altri Stati membri (sentenza
C-224/97, punto 14). Applicando tale principio interpretativo all’articolo 2 del Dl 4/19, risulta evidente che il requisito
della residenza in Italia da almeno dieci anni, opera a danno dei lavoratori di altri Stati membri stabiliti in Italia da
meno di dieci anni e a danno delle loro famiglie, mentre l’immensa maggioranza degli italiani potr attestare una residenza
da almeno dieci anni. A questa giurisprudenza deve poi aggiungersi quella con la quale la Corte Ue ha ricompreso nel concetto
di vantaggi sociali che devono essere concessi anche ai lavoratori di altri Stati membri ex articolo 7, paragrafo 2, del
regolamento 492/01 sulla libera circolazione dei lavoratori, anche le prestazioni di assistenza sociale previste in varie
legislazioni di Stati Ue, comparabili dal Rdc, come il “Minimex” belga (sentenze 249/83 e 122/84). Sotto il profilo del diritto
alla parit di trattamento con gli italiani residenti, vanno poi assimilati ai lavoratori di altri Stati Ue anche gli italiani
che rientrano in Italia dopo un periodo lavoro in un altro Stato Ue (sentenza C-370/90).

Pur essendo italiani, risulteranno anch’essi discriminati rispetto all’accesso al Rdc. Illegittimamente discriminati dalla
condizione di residenza di almeno dieci anni in Italia, sono anche i cittadini di Stati terzi che beneficiano di una specifica
tutela sulla base della legislazione dell’Unione. Si tratta degli stranieri extra-Ue soggiornanti di lungo periodo che possono
acquisire un diritto permanente di soggiorno in uno Stato Ue dopo aver risieduto per cinque anni nello Stato membro di accoglienza,
in questo caso l’Italia (articolo 4 direttiva Ue 2003/109).

In forza dell’articolo 11, paragrafo 1.d), della direttiva, questi cittadini di Paesi terzi hanno anch’essi un diritto alla
parit di trattamento rispetto agli italiani per quanto riguarda le prestazioni sociali e l’assistenza sociale (sentenza
Corte Ue C-571/10, su rinvio pregiudiziale del tribunale di Bolzano). Ne consegue che il Rdc non potr essere loro negato
qualora il solo motivo del rifiuto sia un periodo di residenza in Italia compreso fra i cinque e i dieci anni. Il Dl 4/19
ha poi dimenticato i titolari dello status di rifugiato disciplinato dalla direttiva Ue 2011/95. L’articolo 29 della
direttiva impone infatti a tutti gli Stati Ue di assicurare ai beneficiari di protezione internazionale un’adeguata assistenza
sociale a parit di condizioni con i cittadini dello Stato Ue che ha accordato tale status (sentenza C-443/16) e quindi a
prescindere da qualsiasi condizione di residenza in Italia.

In conclusione, ciascun richiedente il Rdc al quale verr notificato un rifiuto del Rdc stesso fondato sull’assenza del requisito
della residenza, e che appartiene a una delle tre categorie sopra indicate, potr impugnare tale atto dinanzi al Tribunale
del lavoro competente per territorio.

Pi saranno i tribunali italiani aditi con impugnazioni degli atti di rifiuto del Rdc e maggiori saranno le probabilit che
uno di essi rinvii alla Corte di giustizia una questione pregiudiziale di interpretazione dell’articolo 7.2 del regolamento
492/11 lavoratori Ue o delle disposizioni rilevanti di una delle due direttive Paesi terzi. L’esito di un processo pregiudiziale
dinanzi alla Corte Ue appare, visti i precedenti, scontato. L’articolo 2.1.a) del Dl 4/19 sarebbe dichiarato inapplicabile
in quanto contrario al diritto europeo con effetto, sia per il futuro, con diritto all’erogazione del Rdc, sia retroattivo,
con pagamento ex post di tutte le mensilit di Rdc ingiustamente negate.

© Riproduzione riservata

Fonte: ilSole24ore