Status di rifugiato alla donna che scappa dal matrimonio imposto

Status di rifugiato alla donna che scappa dal matrimonio imposto

L’imposizione di un marito una forma di persecuzione. Via libera dunque allo status di rifugiato per la donna nigeriana, che si ribellata all’uso tribale del suo paese d’origine, che le imponeva di sposare il fratello del marito defunto. In seguito all’atto di ribellione la signora era stata costretta ad abbandonare la sua abitazione, era stata privata della patria potest sui figli, spogliata delle propriet e perseguitata dal cognato che la reclamava come sposa. La sua richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato era stata respinta dalla Corte d’Appello che, in linea con la tesi del ministero dell’Interno, le aveva negato ogni forma di protezione. Secondo la Corte territoriale, infatti, quanto subto dalla ricorrente non era riconducibile ad alcuna forma di persecuzione per come prevista dalla legge interna (articolo 7 Dlgs 2512007 sulla condizione dello straniero). La donna era, infatti, riuscita a sottrarsi alle consuetudini locali e aveva scelto volontariamente di andare via.

La Cassazione non la vede cos e accoglie il ricorso (sentenza 28152) con un verdetto pubblicato proprio in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. I giudici spiegano che nel concetto di persecuzione rientra non solo la violenza fisica, ma anche quella psichica e sessuale. La Cassazione cita poi la normativa di tutela sovranazionale, come la Convenzione di Istanbul resa esecutiva in Italia con la legge 772013, secondo la quale va riconosciuta la protezione anche per ogni forma di violenza di genere, ad iniziare da quella domestica indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima. Anche l’Alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati, ha precisato che una donna perseguitata quando viene limitata nei suoi diritti a causa del rifiuto di sottostare alle disposizioni tradizionali e religiose legate al suo genere. Nel caso esaminato , la richiedente asilo, di religione cristiana, si era ribellata alle “leggi” del suo villaggio, subendo e non scegliendo, l’allontanamento dai figli e dalla casa, oltre alla privazione dei beni.

Un prezzo molto alto per dire no alla brutalit di un cognato che rivendicava il suo diritto ad averla come moglie e che aveva continuato a minacciarla. La storia rientra pienamente nelle previsioni della norma per ottenere la protezione internazionale, per il fondato timore di una persecuzione “personale e diretta” nel paese di origine, a causa del genere femminile. Secondo il Dlgs 251/2007 responsabili della persecuzione possono essere anche soggetti non statali, se questi ultimi non possono o non vogliono fornire protezione. E nel caso esaminato per le autorit statali, la consuetudine ha il suo peso. Per i giudici italiani la donna ha diritto allo status di rifugiato.

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Fonte: ilSole24ore



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