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Studi di settore, ecco perché il Fisco può ancora usarli per i controlli

Studi di settore, ecco perché il Fisco può ancora usarli per i controlli

PARTITE IVA

La Cassazione con l’ordinanza 23252/2019 riapre la partita sul valore del risultato dello strumento per accertare ricavi o compensi non dichiarati dalle partite Iva. Ma a distanza di 24 ore un’altra pronuncia di legittimità ribadisce la valenza di presunzioni semplici

di Salvina Morina e Tonino Morina

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2′ di lettura

Marcia indietro della Cassazione sugli studi di settore. Per i giudici di legittimità, nell’ordinanza 23252/19, depositata il 18 settembre 2019, l’accertamento mediante studi di settore ha valore di presunzioni legali, che sono, anche da sole, sufficienti ad assicurare valido fondamento all’accertamento tributario.

La sentenza è in palese contrasto con le precedenti che si sono susseguite dal 2009 in poi. Affermare, nel 2019, che con gli studi di settore la legge ha previsto una presunzione legale, significa emettere una sentenza contraria alle precedenti, di univoco e consolidato orientamento della Cassazione, che ha più volte affermato che gli studi di settore, così come i parametri, rappresentano un sistema di presunzioni semplici.

In questo senso, si vedano, tra le tante, le sentenze 26635, 26636, 26637 e 26638, delle Sezioni unite, depositate il 18 dicembre 2009.

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Quando per la Cassazione gli studi sono una presunzione legale
Per i supremi giudici, ordinanza 23252/19, esigenze di chiarezza suggeriscono di indicare il seguente principio di diritto: «Il calcolo del reddito effettuato mediante lo studio di settore, a seguito dell’instaurazione del contraddittorio con il contribuente, è idoneo ad integrare presunzioni legali che sono, anche da sole, sufficienti ad assicurare valido fondamento all’accertamento tributario, ferma restando la possibilità, per l’accertato, di fornire la prova contraria, in fase predibattimentale e anche in sede contenziosa».

Fonte: ilSole24ore